Chi segue le vicende della Casa della Mela non ha certo bisogno di leggere su queste pagine che MacOS X 10.7 «Lion» (anzi: solo più OSX, perché il “Mac” è sparito) è da qualche giorno disponibile per il download sull’App Store, in attesa che pendrive USB con l’installer di OSX precaricato arrivino nei negozi a far la gioia di coloro che preferiscono avere qualche cosa di fisico da tenere in mano, o da collezionare, o che non possono permettersi di scaricare quasi 5 GB di dati su una connessione lenta e traballante.
Molti di voi probabilmente avranno già acquistato Lion e l’avranno installato e ci staranno già lavorando su. Quindi, se cercate approfondite recensioni o commenti particolarmente intelligenti, non cercateli qui, perché io invece sono ancora fermo a Snow Leopard. Infatti, dal momento che il Mac è per me un fondamentale strumento di lavoro, prima di fare il salto al nuovo sistema operativo ho bisogno che passi un po’ di tempo, che tutte le applicazioni per me vitali si adeguino al nuovo paradigma, e che eventuali problemi del sistema operativo vengano corretti da una versione 10.7.1 o anche 10.7.2. Inoltre, col mio MacBook che ormai prima o poi dovrà essere mandato in pensione, Lion me lo ritroverò preinstallato sul Mac nuovo, sempre che sia un Mac il portatile che comprerò e non qualche cos’altro.
Non potendo fornire una prova diretta del funzionamento di Lion, segnalo però qualche risorsa in rete e sottolineo un paio di cose. Innanzitutto, per chi ancora non sa che cosa aspettarsi, arstechnica propone una collezione di immagini di Lion: utile per farsi un’idea al volo, senza perdere troppo tempo a leggere lunghe recensioni. Se invece sono i dettagli che volete, anandtech ha una bella recensione su Lion, impostata se vogliamo in maniera “tradizionale”, nel senso che vengono presentate le principali novità d’uso, e qualche benchmark per capire se la nuova versione di OSX sia più o meno performante di quella precedente (risultato: è sostanzialmente equivalente, ma sui portatili recenti c’è un leggero miglioramento della durata della batteria, mentre l’esatto contrario succede sui portatili un po’ più vecchi). Un po’ più atipica, ma trattandosi di John Siracusa non c’erano dubbi, la recensione su arstechnica, che presenta sì le varie novità principali, ma si sofferma molto su quello che c’è sotto il cofano, su questioni tecniche di una certa importanza che magari non entusiasmano tutti i lettori, ma che sono in realtà le fondamenta su cui è costruito il sistema operativo e su cui si poggerà il suo futuro: sicurezza, gestione della memoria, filesystem sono argomenti forse un po’ ostici ma che aiutano a capire come funzionano, e che limiti hanno, le novità “esteriori” più rilevanti di Lion, come Versions, il nuovo FileVault, i ritocchi alla struttura del disco (sempre meno visibile).
Nessuna di queste recensioni può soffermarsi su tutto, ma se volete un elenco di tutto quello che c’è di nuovo in Lion, e se pensate di sopportare un’overdose di marketing, Apple è la fonte a cui attingere.
A parte i tentativi che abbiamo già commentato in passato di banalizzare OSX introducendo “novità” nell’interfaccia utente che limitano la libertà dell’utilizzatore, anziché esaltarla (ma che per fortuna, almeno per ora, possono anche essere ignorate), c’è anche qualche aspetto degno di nota, in Lion, che solleva qualche interrogativo a cui solo il tempo potrà dare qualche risposta.
“Versions” è il primo aspetto degno di nota. Un meccanismo, che richiede che le applicazioni interessate vengano predisposte, che modifica radicalmente in modo con cui l‘utente gestisce il salvataggio dei file sul disco. Esso diventa automatico, e l’utente non deve più preoccuparsene. Quello che invece può fare è definire diverse versioni di uno stesso documento, che potrà recuperare dall’interno dell’applicazione stessa “viaggiando nel tempo”, balzando da una versione all’altra, un po’ come si fa coi backup di Time Machine. Approccio interessante e di per sé piuttosto innovativo, col difetto che, forse anche complice la sempre più veloce obsolescenza del filesystem di OSX, è gestito dietro le quinte in maniera un po’ contorta. Così, è stato reso completamente trasparente all’utente al di fuori dell’applicazione che ha generato il documento, il che sarebbe una buona idea. Se non fosse che sorgono subito varie domande: se dal Finder non “vedo” le varie versioni di un documento (ovviamente le posso vedere tramite il Terminale), quanto sarà facile (o difficile) gestire dei backup? Se il documento lo genero (magari in varie versioni) con l’applicazione X, e poi decido di riaprirlo con l’applicazione Y, avrò sempre accesso a tutte le sue varie versioni? Se volessi mandare il documento ad un collaboratore, o anche a me stesso per poterlo modificare su un altro computer, potrò scegliere se inviare solo l’ultima versione, o tutte quante? Sono tutte questioni molto importanti per chi usa il Mac per lavoro, e sarà interessante cercare risposte a questi quesiti nelle prossime settimane, in rete.
“Resume” è un altro aspetto degno di nota, che, va detto, nel mondo Linux esiste da qualche secolo. In pratica, il sistema operativo “ricorda” quali applicazioni erano aperte durante l’ultimo shutdown, e al riavvio le riapre. E ogni applicazione “ricorda” quali documenti fossero aperti, e quando viene lanciata li riapre. Comodo, anche se manca di flessibilità, perché pare che non sia possibile optare per disabilitare “resume” solo per un’applicazione, o solo per una volta. Così, magari volevate lanciare Word solo per leggere un certo documento, e vi ritrovate a dover aspettare che ne vengano aperti altri quattro, che non vi interessano più, solo perché la volta precedente erano aperti. Insomma, è probabile che questa novità sia ancora un po’ acerba e necessiti di qualche miglioramento.
Il Finder, che ancora non sappiamo se finalmente smette di farsela sotto ogni volta che deve accedere ad un volume remoto, per lo meno fa un piccolo sforzo cercando di imitare caratteristiche che Windows ha dalla notte dei tempi; ad esempio fare il “merge” di due cartelle, o mantenere entrambe le copie di un file quando si cerca di sovrascriverlo con un altro con lo stesso nome. Sempre il Finder procede inesorabile lungo la strada di nascondere all’utente la struttura del disco. Cosa che forse va bene per gli assoluti neofiti, ma è patetica, e dannosa, per gli utenti avanzati, che non devono gestire poche decine di file creati con quattro applicazioni diverse, ma centinaia di migliaia, creati e gestiti con decine di applicazioni diverse. Il “rischio iPad” su Lion ancora non c’è, ma si prefigura in maniera evidente. Un sistema in cui l’utente dovesse perdere il controllo della struttura del disco e di chi apre i file, e come, è estremamente limitante. Infatti, l’idea che l’applicazione X si gestisce i suoi file come crede è ridicola, per il semplice fatto che qualunque utente che non abbia esigenze meno che banali sa benissimo che l’applicazione X, qualunque essa sia, non ha “suoi” file. Io ho documenti pdf che apro con Anteprima quando li voglio solo leggere, con Skim quando li voglio catalogare ed annotare, ma magari anche con pro Fit o EazyDraw quando voglio includerli in un contesto grafico più ampio. Ho file di testo che apro con SubEthaEdit o Smultron quando li voglio vedere o apportare loro alcune modifiche, con Numbers o pro Fit quando voglio sottoporli a certi tipi di analisi, con TextEdit quando voglio solo stamparli. Ho immagini che apro con Anteprima per stamparle o per fare un semplice copia-incolla, con Graphic Converter per modificarle, con ImageJ per analizzarle, con pro Fit per inserirle in un contesto grafico più ampio, con Keynote per animarle. Ora tutto questo con Lion si può fare, naturalmente. Ma è questo “naturalmente” che potrebbe essere a rischio per il futuro, o per lo meno potrebbe diventare molto meno scontato di quanto sia adesso. Per “semplificare”, dice Apple. Per trattarci come dei rimbambiti, dico io.
C’è poi una novità certamente interessante sul fronte AppleScript: il linguaggio è stravecchio e più volte io stesso ne ho invocato il pensionamento a favore di qualche cosa di più potente e moderno, come Python o Ruby o Perl, ma mi può anche stare bene che venga conservato, se però viene fatto crescere. Ebbene, qualche cosa è stato fatto. Uno dei problemi principali di OSX, infatti, come ho già scritto più volte, è che ormai (giustamente) XCode è diventato uno strumento per sviluppatori professionisti, mentre chi sviluppatore professionista non è ha il grosso problema che tramite linguaggi di scripting può tipicamente risolvere una gran quantità di problemi che gli si pongono davanti, ma è praticamente a zero quando si tratta di dare agli strumenti che si è sviluppato un’interfaccia grafica ancorché minimale. Le opzioni offerte da AppleScript infatti erano prossime allo zero, e le uniche alternative erano lanciarsi in contorsionismi non da poco per installare le gtk da usare con Python, o per imparare tcl/tk. Ora, finalmente, con Lion AppleScript guadagna l’accesso a Cocoa; il che, credo, dovrebbe voler dire anche la possibilità di creare e gestire semplici, ma finalmente non più rudimentali, interfacce utente grafiche. È forse il ritorno di una programmazione seria alla portata di chi sviluppatore professionista non è, ma essendo professionista in altri campi ha comunque bisogno di un sistema di sviluppo adatto alle sue necessità.
Molte delle novità di Lion, soprattutto quelle che riguardano le versioni dei documenti e il “Time Macine quando il disco di backup non è collegato” (buona idea), ma anche la partizione di ripristino che sottrae 650 MB alla capacità del disco, impattano pesantemente sullo spazio occupato sul disco. Specialmente sui portatili, Apple deve iniziare a pensare di fare una politica sensata: sono tanto belle le SSD e sinceramente mi piacerebbe molto che il mio prossimo portatile ne avesse una, ma 64 GB o 128 GB vanno forse bene per lo studente (danaroso) che si porta il MacBook Air a lezione all’Università, ma sono ridicoli per chi ci lavora su. 256 GB sono il minimo indispensabile per non mettersi a ridere, e da 512 GB in su si inizia a ragionare. Peccato che offerte simili Apple le prenda a malapena in considerazione sui propri portatili, a costi assurdi. E ripiegare su un hard disk, che in genere se è di quelli offerti da Apple non è neppure dei più veloci, diventa spesso un obbligo mal digerito per il professionista. Su questo fronte, Apple deve crescere, e molto. E questa è una delle principali partite su cui si giocherà la mia permanenza su Mac al prossimo aggiornamento dei MacBook Pro, presumibilmente questo autunno.
Fonte: X come Macintosh

