Se parlassimo di PC, non farebbe nemmeno notizia. Mac Defender, il malware che ha fatto parlare di sé negli ultimi tempi, era talmente patetico da non meritare due righe nemmeno in una sezione di costume. Se non fosse che ci sono alcuni elementi che stanno iniziando a renderlo un caso interessante. La prima mossa del tipico gioco del gatto e del topo, che gli utenti Windows conoscono bene, e di cui noi non sentivamo certo la mancanza.
MacDefender è ben poca cosa, ma Apple vive un periodo di grande esposizione mediatica, e far infinocchiare i suoi sistemi operativi da un malware così elementare non costituisce un gran bel ritorno di immagine. Soprattutto se può sorgere il dubbio che rischi simili li possa correre iOS, che per Apple rappresenta oggi una fonte di guadagno molto più consistente (e promettente) rispetto a MacOS X.
Dopo KDE, anche quelli di GNOME si sono accorti che gli anni ’90 del XX secolo sono finiti. E dopo polemiche e controversie, ritardi e guerre di religione come solo nel “libero” mondo dell’Open Source sanno fare, sono finalmente giunti a rilasciare, poco più di un mese fa, la versione 3 del loro desktop manager, proposto a tutti gli utenti Linux e non solo. In rete potete trovare quante recensioni volete, molto più approfondite e competenti di quello che potrei fare io, per cui è ad esse che vi rimando per i dettagli. Qui ci limitiamo a ricordare che il lancio di GNOME 3 ha fedelmente replicato quello di KDE 4: orde di fanboy assatanati che gridano allo scempio, giurano vendetta, si stracciano le vesti in pubblico, a contrapporsi ad altre orde di fanboy altrettanto assatanati che gridano al miracolo, giurano nella resurrezione della loro piattaforma preferita, stracciano un passato retroguardista puntando esaltati verso il sol dell’avvenire. Un po’ come accade regolarmente per i sistemi operativi della Mela.
È abituato a far parlare di sé, e talvolta ci si chiede se per lui non valga il detto che “basta che se ne parli, non importa come”. Perché Mark Shuttleworth, il padrone di Canonical (l’azienda che produce Ubuntu), è per molti versi un personaggio simile a Steve Jobs: dispotico, autoritario, visionario, egocentrico da matti, deve dettare legge, imporre la sua visione, giusta o sbagliata che sia. Come Jobs, Shuttleworth a volte ci prende a volte no, ma fa sempre molto discutere, e i commenti riguardanti le loro esternazioni tendono sempre a dividersi in maniera spiccatamente manichea, facendo abdicare il più delle volte anche l’ultimo barlume di senso critico. Rispetto a Jobs, che ha imparato a fare soldi a palate e a guidare il mercato quasi a prescindere dall’idea che gli è venuta, Shuttleworth ha ancora molto da imparare, e soprattutto non sembra avere ancora il fiuto per gli affari del fondatore della Casa della Mela, ma ogni tanto pure lui ha qualche buona idea. A volte un po’ scopiazzata, come l’interfaccia Unity di Ubuntu 11.04, che però è comunque un’idea perfettibile ma non male (ne riparleremo presto), e a volte ovvia, come quest’ultima.
È iniziato tutto di botto. Quando è venuto fuori che iOS 4, il sistema operativo di iPhone e iPad, è un po’ tanto indiscreto. Così indiscreto da mantenere traccia apparentemente a tempo indefinito delle varie celle e antenne a cui si è agganciato, permettendo di fatto di ricostruire con notevole precisione, spaziale e temporale, tutti gli spostamenti effettuati dagli ignari proprietari di dispositivi mobili che usano iOS. E naturalmente è scoppiato subito il putiferio.
La questione è semplice: sugli iPhone e sugli iPad c’è un file, denominato consolidated.db ma questo è irrilevante, che è una specie di file di log. Quando il vostro iPhone o iPad, presumibilmente in vostra compagnia a meno che non si sposti da solo, si aggancia ad un’antenna WiFi o ad una cella mobile, complete e dettagliate coordinate spaziali e temporali vengono memorizzate in questo file. Si presume, perché una spiegazione ufficiale non c’è, che tale operazione sia effettuata per consentire ai servizi di geolocalizzazione presenti sull’iPhone e sull’iPad di essere più efficienti, e in questo senso non c’è nulla di sorprendente, visto che ad esempio anche Android fa una cosa simile. Solo che a differenza di Android, iOS dà parecchio di più da pensare:
Il supporto magnetico esiste nei computer praticamente da quando sono stati inventati. Dalle memorie a ferrite ai nastri magnetici, dai floppy agli hard disk, è più di mezzo secolo che ci portiamo dietro una tecnologia di memorizzazione dei dati che sfrutta la permanenza della magnetizzazione in opportuni materiali, consentendo l’immagazzinamento di grandi quantità di informazioni senza bisogno di applicare energia per poterle conservare. E il futuro dell’information technology pare ancora fortemente legato a quello delle proprietà magnetiche di materiali innovativi e nanostrutture, rendendo irrealistico pensare che in un futuro a breve o medio termine l’uso dei materiali magnetici e delle loro proprietà di magnetizzazione venga abbandonato.
Eppure, da qualche tempo a questa parte c’è almeno un settore dell’informatica che è in fibrillazione, e sta cercando di mandare in pensione il caro vecchio hard disk, in favore delle tanto decantate SSD (solid state drive).


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